sabato 27 maggio 2017

Le donne svelate da Maria


Mentre il celebrante in una recente festa mariana disquisiva sull'importanza del culto a Maria madre di Dio (ai fini della salvezza?), dal fondo della cappella (dove siedo per una scelta riparatrice della centralità secolare del clero nella chiesa, talvolta al posto di Dio) riflettevo sulle donne presenti davanti a me alle Messe feriali. Guardare “dal fondo” aiuta a meglio comprendere la partecipazione di queste donne durante il mese mariano, principalmente all'Eucarestia in cui si fa memoria del mistero pasquale. Non si tratta solo del “fioretto” alla Madonna, che già di per sé racchiude problemi e preoccupazioni che si portano nel cuore per un aiuto dall'alto che dia serenità. 

Una mattina entrando nella chiesa di S.Maria della Speranza a Scampia ho notato i piedi della sacra icona abbracciati da bianchi fiori. Ho detto ai presenti che questi fiori sono mute ma toccanti invocazioni di aiuto, intercessioni da parte delle offerenti per problemi personali e familiari che stringono il cuore. Consapevoli che la fede è in sostanza l’invocazione che si eleva all’Altissimo. Nella venerazione della Madre di Dio secondo i ritmi liturgici emerge il vissuto delle fedeli, la speranza di essere esaudite nella preghiera e aiutate a vivere. Pur magnificando Maria per le grandi cose in Lei avvenute nella storia della salvezza, è esemplare per la preghiera dei fedeli il canto “Magnificat anima mea Dominum” che in una moderna traduzione viene reso: "Dilata il Signore la mia anima e il mio spirito esulta  presso Dio, mio salvatore, perché guardò l’essere in basso della sua alleata" (Lc 1,46-48). Cioè la confessio laudis, ringraziamento e lode.

Nella prevalenza femminile di partecipazione alle celebrazioni eucaristiche del mese di maggio, non solo per un'inculcata tradizione di strategie ecclesiastiche del passato, mi sono chiesto se non si potesse ravvisare in queste donne davanti a me un’identificazione con la Madre delle madri, con la Donna delle donne che a Lei si rivolgono per aiuto e protezione. Questa caratterizzazione antropologica  non può rimanere tale, perché successivamente deve condurre alla fede cristologica, l’unico nome in cui siamo salvati. A parte la considerazione se un eccessivo culto mariano non sia proprio di culture e/o cattolicesimi meridionali, per non rimanere imprigionati da minoranze mariane salmodianti, occorre chiedersi realisticamente se tale culto sia condiviso allo stesso modo dagli uomini, di solito in tutt'altre faccende affaccendati (breadwinner, all'opera portare il pane a casa), e da appartenenti a strati sociali privilegiati, per non parlare di indifferenti ed agnostici che altrimenti sarebbero esclusi da una via di salvezza.


Questo culto alla Madre e alla Donna dischiude qualcosa che va al di là di culti religiosi perché pone al centro dell’esistenza umana e della vita sociale la Donna e la Madre, porta della vita e dello stesso divino che è vita generata in una relazione d’amore con l’Altro. A nostro avviso, dovrebbe essere centrale il “principio femminile” nella vita sociale e nella stessa istituzione ecclesiastica, anche se storicamente la donna spesso ha occupato una posizione subordinata nelle società e nelle religioni. L’esaltazione della Madre di Dio, della Donna oggetto della benevolenza divina, contiene per tutti qualcosa che va al di là di culti e devozioni varie, non solo la Donna Madre che va riconosciuta, rispettata, ed amata, ma un’icona del divino negli immaginari collettivi.

martedì 23 maggio 2017

Miracoli crescono


Una mattina, dopo la celebrazione eucaristica, D. del vicino “campo nomadi” mi avvicina per dirmi che le figlie di una sua parente, Sabrina e Nina di 20 e 19 anni, nate in Italia e cittadine italiane, hanno bisogno del passaporto italiano perché vorrebbero viaggiare in cerca di lavoro e non avere la sorte di “sposare un ubriacone” (sic). Chiedono di essere accompagnate alla Caritas diocesana di Napoli per ottenere il pagamento delle spese per i passaporti. 

E’ una buona notizia che giovani donne Rom dopo due decenni vogliano abbandonare la vita precaria e senza prospettive del campo per trovare lavoro in Italia o all’estero, e volentieri mi presto ad accompagnarle. Sono due ragazze simili anche per età, e manifestano una certa dignità anche nel vestire - “portano i pantaloni” mi precisava D. Io le chiamavo “principesse” per il loro portamento: aspirano ad un avvenire migliore uscendo dalla vita del campo. E’ questa la vera alternativa alla cristallizzazione della situazione dei Rom serbi che abitano in quelle baracche da due o tre decenni. 

Qui non sono arrivate le strategie europee e nazionali di inclusione sociale per quanto riguarda in particolare l’abitare, offrendo una pluralità di soluzioni abitative alternative come nelle esperienze di altre regioni del nostro paese. Si deve denunciare che simili alternative recentemente non sono state offerte nemmeno a un migliaio di Rom romeni sgomberati da due campi del rione Gianturco, intervento della Magistratura napoletana ma anche indotto con varie pressioni dall’Assessorato al welfare (una nuova categoria: “sgomberi indotti”), a parte circa 200 soggetti sistemati in un nuovo campo recintato. 

Al contempo si devono segnalare due episodi spontanei di accoglienza e di integrazione sociale intorno alla chiesa S.Maria della Speranza, affidata alla Comunità dei Gesuiti. Nel recente pellegrinaggio a Roma ci hanno accompagnati due giovani donne Rom che in seguito a contatti spontanei negli ultimi mesi con i gesuiti e le volontarie per loro desiderio hanno voluto unirsi a noi con grande entusiasmo. La prima, C., l’avevamo incontrata per strada l’inverno scorso, proveniente dalla Germania, una quindicenne segaligna, piuttosto svagata ma espansiva, aveva fatto amicizia con diversi di noi finendo per chiamare "zio" p. Claudio, suor Giuliana "mamma", e il sottoscritto forse "nonno".

L’altra, S., ventenne in carne, volto coperto per metà da una ciocca di capelli biondi, nata nell'entroterra napoletano e poco comunicativa, si considera italiana a tutti gli effetti anche nel modo di presentarsi. Ha fatto numerose foto con lo smartphone alle basiliche e ai monumenti di Roma. Anch'esse più o meno intenzionalmente con questa partecipazione ad una iniziativa di festa hanno dimostrato di volersi integrare con l’ambiente circostante, che si è dimostrato accogliente, uscendo dall'enclave del campo. 

Sono episodi frutto di incontri nel tempo, senza pretese, a partire dalla strada, di ascolto, amicizia, accompagnamento per riconoscere umanità a queste persone che vivono in condizioni di disagio a poca distanza da noi nel “campo nomadi”. Parafrasando il titolo di un recente volume sulla religiosità giovanile, si può affermare che in questa interazione virtuosa “piccoli miracoli con i Rom crescono a Scampia”.

mercoledì 10 maggio 2017

A Scampia vogliamo l'Istituto Marotta ma anche diritti e servizi


Ecco la sfida dell’avvocato Massimiliano Marotta, per onorare la memoria del padre quasi novantenne a tre mesi dalla sua dipartita: “Vogliamo che a Scampia nasca una sede permanente dell’Istituto italiano degli studi filosofici, una scuola aperta ai ragazzi, stiamo scegliendo una struttura”. Fa ben sperare per una rigenerazione non solo urbanistica ma anche culturale del quartiere, perché non si vuole una struttura calata dall’alto, ma realizzata in dialogo con le risorse culturali ed i fermenti espressi dal territorio o meglio dalla società locale.

L’iniziativa si aggiunge alla costruzione quasi ultimata di una sede della Facoltà di Medicina dell’Università Federico II. Al posto delle Vele, di cui è in programma l’abbattimento a partire dalla prossima estate, si configura un autentico polo culturale non solo per il quartiere ma per l’intera città. In memoria del padre Gerardo Marotta, il 26 aprile si è svolto tra le altre manifestazioni commemorative un incontro culturale di alto profilo su “Cultura, legalità, giustizia”, con la partecipazione del presidente emerito della Corte Costituzionale Francesco Paolo Casavola e del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Una tematica non scontata rispetto allo stigma di illegalità se non criminalità camorristica - le cui piazze di spaccio della droga a partire dall’inizio del decennio sono state eliminate da un’efficace azione delle forze dell’ordine - che ha gravato per anni sull’intera popolazione del territorio. Popolazione che nella sua stragrande maggioranza non si riconosce in essa.

Senza cedere alla facile etichetta di cultura elittaria che si potrebbe indebitamente ascrivere a questa iniziativa, ci interessa qualche ulteriore riflessione dal basso senza alcuna difesa d’ufficio dei fermenti innescati negli anni dalla creatività di associazioni, gruppi sociali e culturali di variegata ispirazione, operanti nel terrritorio per una animazione e crescita civile soprattutto delle giovani generazioni. E’ indubbio il significato formativo di strutture universitarie e post-universitarie per giovani, non solo del quartiere. Appellandoci al significato antropologico della categoria di “cultura”, come rielaborazione attiva delle esperienze di vita secondo codici trasmessi soprattutto da parte degli strati popolari e medio bassi, ci interroghiamo su quale “cassette degli attrezzi” sono proposte da simili iniziative per affrontare - singoli e famiglie - gli eventi della vita in condizioni di precarietà e disagio sociale diffuso.

Negli ultimi anni anni è esplosa a Scampia la memoria ed il movimento popolare in occasione della tragica fine del giovane sportivo napoletano Ciro Esposito, che  chiaramente ha manifestato l’esigenza - al di là dell’episodio contingente - di riconoscimento ed identificazione nell’eroe immolato da parte di strati popolari in cerca di riscatto ed affermazione. Esigenza non  sempre colta da altri strati sociali distanti da questa subcultura.  Una specie di consacrazione di questo movimento, per chiari motivi politici, si può individuare nella recente delibera comunale di dedicare il Parco urbano alla memoria di Ciro Esposito. Questo episodio evidenzia in una realtà complessa l’esistenza di diversi strati sociali e culturali, in corrispondenza si può ritenere di Lotti di abitazioni popolari o di condomini di civili abitazioni.


Rispetto alla tematica della “Legalità” da osservare ma anche percepire all’intorno, secondo il pensiero espresso anche in altre occasioni da Franco Roberti che ritiene preferibile ricorrere alla nozione di “Giustizia”, la legalità concretamente si accredita se si fa giustizia nel senso di garantire beni, servizi essenziali, opportunità paritarie a tutti i cittadini. Anche a quelli delle periferie. Non si può sottacere che contro l’astratto universalismo della legge, come rilevato nella tragedia di Antigone immortalata da Sofocle, si afferma non solo in questa periferia urbana l’urgenza dei vincoli familiari, il particolarismo poco illuminato del “Tengo famiglia!”, a cui deve soccorrere la politica universalistica dei diritti della cittadinanza.

L'altra metà del cielo...anche in terra


Lo scorso 18 aprile ho commentato il testo giovanneo del dramma della Maddalena, che trova il sepolcro vuoto e si affligge per questa assenza, un dialogo umanissimo con il  Vivente che si manifesta chiamandola per nome. Lei lo riconosce, e riceve la  missione di annunzio del Risorto ai discepoli. Pur non esplicitato nel testo, dalle parole di Gesù si evince che la Maddalena in un impeto di affetto e rispetto stava abbracciando il corpo ritrovato in un contatto trasformato: “Le disse Gesù, non continuare a tenermi, non sono ancora salito al Padre! Và, invece, dai miei fratelli e dì loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Come folgorato per il suo significato così attuale per la fraternità dei discepoli, leggo ad alta voce: “Maria Maddalena andò dunque ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e queste cose che le aveva detto” (Gv. 20, 17-18).

Il suo incontro con il Risorto, nel giardino dove era stato posto il corpo del crocifisso, è un fatto di reciproco riconoscimento. La resurrezione non è formalmente annunciata, ma esperita come inveramento della relazione personale e della conoscenza reciproca storicamente vissuta da Maria Maddalena con il Maestro. In un contatto fisico con il corpo del Maestro che non può essere ulteriormente prolungato per il suo ritorno al Padre. Non dobbiamo perdere in questa narrazione i tratti umanissimi di questa relazione personale della discepola con il Maestro, e dello stesso Maestro con la discepola che chiama per nome, comunicando la sua nuova condizione di ascesa al Padre e l’annunzio da dare ai discepoli.

In forza di questa testimonianza ecclesiale, nota la biblista Marida Nicolaci: “Sotto la sovranità del Signore risorto si farà strada una fraternità in cui non saranno il genere sessuale o il ruolo ecclesiale a determinare la dignità di ciascuno ma la relazione di amore fedele e la testimonianza rappresentata nei suoi poli maschile e femminile da Pietro, dal discepolo amato e dalla Maddalena. Nel segno dei suoi occhi capaci di vedere e della sua parola che annunzia la novità della relazione con il Padre dischiusa dal Risorto a tutti i suoi fratelli, si completa nel testo, per restare aperta e feconda nella vita della comunità, la catena delle figure femminili che attraversano il vangelo e che hanno tutte a che fare, a partire dalla madre a Cana, con il mistero pasquale di Gesù” (I Vangeli. Tradotti e commentati da quattro bibliste, Ancora, Milano 2015, p.1654).

Come vivere questa relazione, le esperienze religiose intime e profonde con il Signore, e la missione delle donne oggi nelle comunità cristiane, per ridare loro dignità e voce nell’annunziare la novità della relazione con il Padre? Sono risorse immense spesso senza voce, se riteniamo in una visione religiosa che il Signore conosca e chiami per nome ciascuna/ciascuno. Non si tratta tanto di istituire quote rosa o simili negli organismi centrali e periferici dell’istituzione ecclesiale, ma di fare emergere e promuovere esperienze cristiane genuine di dotte ed indotte, ed anche una conoscenza religiosa o teologica diffusa. Siamo noi maschietti ecclesiastici - che pensiamo di avere la chiave della conoscenza delle cose religiose, da ammannire a fedeli senza voce - disposti ad ascoltare ed accogliere donne di oggi? Ad ascoltarle mentre ci dicono a ragion veduta: “Ho sperimentato interiormente e sentito la voce del Signore che dice va’ dai tuoi fratelli e sorelle per potermi incontrare e vedere, là dove vivono e soffrono”.

Non è solo un fatto ecclesiale, può avere ripercussioni profonde sulla vita sociale se promuove la dignità, la voce e la partecipazione delle donne, l’altra metà del cielo...anche in terra.

lunedì 17 aprile 2017

Verso un mondo non religioso


Proseguo la mia riflessione sul mondo religioso nel quartiere Scampia, area Nord di Napoli, sulla base di alcuni elementi di analisi già presenti nel post “La religiosità di Scampia, cittadella del Sud” (prevalentemente istituzionale o territoriale nel senso di comunità cristiane locali). Nell’anno di grazia 2017 per l’atmosfera religiosa che mi circonda ho avuto la percezione di trovarmi tuttora di fronte ad un CRISTIANESIMO RELIGIOSO. E’ una constatazione che s’impone all’osservazione, e non appartiene solo ad alcune fasce della popolazione - minoritariamente praticanti nel senso proprio del termine rispetto alla totalità della popolazione - ma all’ambiente mentale e culturale che si respira da parte anche di diversamente credenti e praticanti. Cioè ad un cattolicesimo che con la sua modalità “religiosa” nei decenni ha impregnato il sentire ed il vivere della popolazione lasciando tracce in credenze e pratiche, stili di vita, in forza del tipo di socializzazione religiosa (cultuale, sacramentale, caritativa) promossa dagli operatori pastorali. Una forma storicamente condizionata di espressione umana del Cristianesimo cattolico italiano e/o meridionale. Un Cristianesimo cattolico di una cittadina del Sud.

Ultimamente si deve segnalare un accostamento diffuso ai testi della Bibbia in gruppi, movimenti, comunità, che può lievitare forme scontate di religiosità e modelli culturali. Non si vuole affermare che non siano avvenuti mutamenti prevalentemente intraecclesiali, ispirati alla riforma liturgica promossa dal Vaticano II, per esempio con il decoro delle nuove chiese edificate e delle celebrazioni religiose ed una moderata partecipazione dei fedeli alla vita delle comunità cristiane. Non è stata promossa invece allo stesso modo la vocazione nativa dei laici all’agire nella società e nella città. Nel contempo è avvenuta come altrove una secolarizzazione diffusa di mentalità, costumi e pratiche in diversi ambiti della vita. Non si è verificata una transizione ad un Cristianesimo spogliato di paramenti religiosi, di una mentalità religiosa del mondo, un vivere posto di fronte all’inedito del Mistero di Dio, ed alla fede credente nel Cristo Signore della vita. Si potrebbe dire che non è pienamente avvenuto il “disincanto” weberiano del mondo, postulato dalla stessa rivelazione antica e nuovo-testamentaria. E’ un mondo autoreferenziale, che rischia di essere un ambito separato dagli altri, in sé concluso, che non include l’ambiente circostante, una “cupola religiosa” sul mondo che forse aiuta a vivere. 

A questo proposito, per uscire da ristrettezze culturali localistiche, di fronte alle sfide di un mondo “non religioso”, è illuminante una riflessione tuttora attuale del noto teologo luterano del novecento Dietrich Bonhoeffer, che in una lettera da Tegel in data 30 aprile 1944 (Resistenza e resa, Paoline, Milano 1988, pp. 348-350), si interroga su un linguaggio nuovo in un mondo “non più religioso”, di fronte anche oggi non solo ai drammi delle guerre ma all’enfasi mediatica di persone ed avvenimenti “religiosi” nella babele di eventi e linguaggi nella società dell’immagine.

Ciò che mi preoccupa continuamente è la questione di che cosa sia veramente per noi, oggi, il cristianesimo, o anche chi sia Cristo. È passato il tempo in cui questo lo si poteva dire agli uomini tramite le parole – siano esse parole teologiche oppure pie –; cosí come è passato il tempo della interiorità e della coscienza, cioè appunto il tempo della religione in generale. Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli uomini, cosí come ormai sono, semplicemente non possono piú essere religiosi. Anche coloro che si definiscono sinceramente “religiosi”, non lo mettono in pratica in nessun modo; presumibilmente, con “religioso” essi intendono qualcosa di completamente diverso. 
Il nostro annuncio e la nostra teologia cristiani nel loro complesso, con i loro 1900 anni, si basano però sull’ “apriori religioso” degli uomini. Il “cristianesimo” è stato sempre una forma (forse la vera forma) della “religione”. Ma se un giorno diventa chiaro che questo “apriori” non esiste affatto, e che s’è trattato invece di una forma d’espressione umana, storicamente condizionata e caduca, se insomma gli uomini diventano davvero radicalmente non religiosi – e io credo che piú o meno questo sia già il caso (da che cosa dipende ad esempio il fatto che questa guerra, a differenza di tutte le precedenti, non provoca una reazione “religiosa”?) (...) Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? Se la religione è solo una veste del cristianesimo – e questa veste ha assunto essa pure aspetti molto diversi in tempi diversi – che cos’è allora un cristianesimo non-religioso?

Per tornare a noi: come dire o meglio ri-dire Dio, Cristo “non più oggetto della religione ma qualcosa di totalmente diverso, veramente il Signore del mondo”, chiesa, uomo/donna, in un mondo religioso di fronte ad un mondo non-religioso che gli scorre accanto? Si tratta di non aver paura di fronte alla sfida dell’inedito, del Mistero che trascende i sistemi religiosi di credenze e pratiche, da custodire non solo nell’interiorità perché è fonte di vita vera come nel mistero trinitario.

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