lunedì 16 ottobre 2017

Un corteo a Scampia per "restare umani"


Gli accadimenti positivi non sempre richiamano l’attenzione come quelli urlati. Fanno più rumore le strumentalizzanti proteste della gente senza proposte di soluzione, con titoli poi strillati dai giornali. Sabato 7 ottobre, per chi c’era, dall'ingresso della metropolitana di Scampia è partito un colorato, gioioso e pacifico corteo la cui parola d’ordine era “Restare umani”, convocato dalla rete di associazioni del territorio e cittadine, tra cui Chi Rom e...chi no, Comitati civici, Comitato Abitare Cupa Perillo, con la partecipazione di Associazioni del territorio e del centro, di Centri sociali, di un numeroso gruppo di Scout, del Gruppo Dignità e bellezza di Miano, di gesuiti, religiosi e suore. 




E soprattutto di tante famiglie Rom con i loro figli, provenienti sia dall'Auditorium della Municipalità dove temporaneamente alloggiati, sia dal campo di Cupa Perillo, tutti uniti in una marcia pacifica per il riconoscimento degli eguali diritti umani dei residenti sul territorio. Il servizio serale del Tg3 sulla manifestazione riportava questo titolo significativo: “SCAMPIA PRO ROM. PER RESTARE UMANI” come riconoscimento dell’azione di Associazioni e Comitati del territorio, non omologando la popolazione del territorio a disegni, azioni ostili, intimidazioni di alcuni nei confronti delle comunità Rom residenti da 25/30 anni nel quartiere. 




L’attenzione al corteo nel suo tragitto dalla stazione della metropolitana a Piazza Giovanni Paolo II era richiamata dalla Banda Baleno in testa con il rullare dei tamburi ed il caratteristico passo di danza, quasi a voler dare un calcio ai sentimenti di violenza ed odio razziale che stanno attraversando la società italiana nel suo complesso, e ai miserevoli disegni di esclusione di alcuni rappresentanti del territorio. Nella fusione della partecipazione al corteo con uomini e donne Rom con i loro piccoli si avvertiva una conoscenza, vicinanza e familiarità che configuravano l’inclusione sociale attesa di queste popolazioni e sostenuta da Associazioni e Comitati di Scampia. Secondo l’espressione di una di queste madri in corteo, si considerano figli di questo territorio, cittadini di questo paese non sempre ospitale, perché vestono come noi, parlano la nostra lingua, i loro figli frequentano le nostre scuole, fanno la spesa nei nostri mercati, ecc. “Questi piccoli, afferma Renzo Piano, li ho visti nelle scuole, con i loro occhioni studiano una Costituzione che però non li accoglie”. 




Questa pacifica manifestazione antirazzista è frutto di mesi di sensibilizzazione, aggregazione, mobilitazione degli abitanti del campo di Cupa Perillo con esponenti del territorio, dopo il sequestro giudiziale di alcune aree del campo, ed il vigliacco e doloso incendio, che ha dato luogo alla formazione del “Comitato abitare Cupa Perillo” tra Rom e non rom per una gestione partecipata della transizione abitativa delle famiglie sgombrate. Questa mobilitazione di cittadini Rom e napoletani per affrontare i problemi dell’emergenza abitativa dei Rom (e secondo Amnesty Internazional non potrebbero accadere sgomberi forzati di Rom in Europa) disegna un metodo civile, democratico e partecipato di fronte a intimidatori disegni di esclusione e razzismo. Bisogna "ri-partire dalle periferie", come titolava il nostro libro, da una Scampia che accoglie ed include come fatto di civiltà.

domenica 15 ottobre 2017

Eresie costruite sulla sabbia (G. D'Alessandro)

di Giacomo D'Alessandro


Finalmente i gruppuscoli più accaniti nello screditare Papa Francesco sono usciti allo scoperto con un lungo documento in cui lo accusano di sette eresie. Negli anni passati mi è successo diverse volte di trovarmi a sostenere pubblicamente la necessità di riforme nella Chiesa (tra cui quella famosa e relativamente semplice della comunione ai divorziati risposati), e diverse volte mi è successo di ricevere accuse rispetto al fatto che quelle critiche non erano legittime. Con Papa Francesco è gioco facile dimostrare oggi che quelle critiche costruttive non solo erano legittime, ma anche condivisibili e condivise da molta parte della chiesa e dei vescovi. Qualche commentatore un po’ troppo acceso nei miei confronti rivendicava talvolta la sua completa e doverosa “ortodossia obbediente”, di fronte alla mia inopportuna “eresia riformista”, leggendo nei miei spunti soltanto un attacco polemico sterile e distruttivo. A commentatori di questo tipo, rispondevo con sincerità di fare attenzione a coltivare una simile rigidità, perché il giorno che anche dall’alto certe riforme fossero state messe a sistema, sarebbe loro mancata la terra sotto i piedi.
Questo è esattamente quello che, a mio parere, sta accadendo negli anni di Papa Bergoglio. Una epifania, uno svelamento: molti che si credevano perfettamente cattolici, e che su questo facevano forza identitaria nel rapportarsi con il mondo, si sentono mancare la terra sotto i piedi. Si accorgono – per usare un’immagine adoperata spesso dal Papa – che forse sono stati cattolici senza essere di fatto cristiani (il Vangelo è pieno di citazioni che raffigurano questa dinamica). Alcuni di questi sono ancora preda dello smarrimento; altri cercano come possono di recuperare terreno, capire meglio, adeguarsi, lasciandosi convertire da un nuovo corso (che, a ben vedere, è tuttaltro che elitario, ma accessibile e inclusivo per tutti, disponibile a non lasciare nessuno indietro); altri ancora, invece, proprio non possono ammettere di aver preso delle cantonate clamorose, o forse per formazione e cultura non sono in grado di comprenderlo: allora passano all’attacco.
Sono quelli che fino a ieri inquisivano chiunque nella Chiesa non prendesse ogni parola del Papa come oro colato. Bene, oggi che proprio un Papa e atti del Magistero realizzano certe riforme, non sanno che fare. Dunque usano l’unica arma che rimane loro: accusare il Papa di non essere il vero Papa; o di non essere sano di mente; oppure – atto finale – di commettere eresia. La debolezza di questo approccio critico non è soltanto l’enorme contraddizione del fondamentalismo (“qualsiasi cosa dica il Papa è giusta perché è il Papa”) nè quella dell’incoerenza (“se un Papa non conferma quelle che ritengo le regole intoccabili della mia identità, non è il vero Papa, non ha ugual valore, va corretto”). La vera clamorosa debolezza è che sono critiche di cui non è mai definita la fonte. Su cosa poggiano? Basta leggere articoli, lettere e documenti del caso per accorgersene: non citano mai l’esempio di vita di Gesù di Nazareth; non citano mai passaggi dei Vangeli e della Scrittura (e quando avviene non sono mai interpretati secondo criteri aggiornati); non citano mai esperienze di vita vissuta, bisogni dell’uomo attuale, fame e sete di giustizia. In nome di cosa avanzano accuse di eresia o pretese di ortodossia? Non in nome della Tradizione con la T maiuscola, che come insegna il Magistero non è certo vincolabile ed esauribile in forme contingenti e storiche. Questi gruppi critici si rifanno invece spesso a tradizioni formali sbandierate come riferimenti assoluti, a logiche di continuità formale, circoscritta però a periodi e personalità di una certa epoca. Come quel gruppo di seguaci di Lefebvre che al Concilio non accettarono la riforma liturgica, ancorandosi ad una forma precedente, medievale, non certo fondativa, e che ad essere onesti ben poco ha a che vedere con la fonte evangelica dell’eucaristia.
Ecco. Come il riavvicinamento dei lefebvriani auspicato da Ratzinger ha portato alla luce, cinquant’anni dopo, l’effettiva distanza culturale e teologica di quel gruppo religioso dalla vita della chiesa nel mondo contemporaneo, così allo stesso modo oggi una parte di chiesa, di se dicenti cattolici ultraortodossi, si riscoprono in fondo lefebvriani nella cultura ecclesiale e teologica che hanno voluto ad ogni costo fossilizzare e rivendicare in maniera non negoziabile. Sembrano ignorare la storia della chiesa, che ha visto mutare approcci dottrinali, teologici e pastorali ad ogni epoca. Sembrano ignorare i valori della sinodalità, della misericordia, della pastoralità autentica. Sembrano ignorare le fonti del cristianesimo, l’esperienza di Gesù e quella dei primi secoli delle comunità cristiane. Pongono come obiettivi aspetti che nella vita di fede non possono essere che strumenti (riti, norme, formalità, percorsi, ruoli). Perdono il senso dell’essere chiesa: annunciare ciò che Gesù ha annunciato. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia. Aiutare gli uomini ad avere vita e gioia piena, e in abbondanza. Tentare di vivere come Gesù ha vissuto. Tentare di morire come Gesù è morto…
C’è una grossa, enorme differenza tra questo approccio critico ultracattolico costruito sulla sabbia, e la critica cristiana che in varie forme si è manifestata dal Concilio ad oggi. Basterebbe – uno per tutti – riprendere il libro “Salviamo la chiesa” del teologo svizzero Hans Kung per rendersi conto dell’abisso esistente tra queste due critiche, tra queste “due chiese”. Il dissenso post-conciliare (quello serio) si è quasi sempre basato sulla richiesta di attuazione concreta e prosecuzione delle riforme del Concilio Vaticano II. Come dice Alberto Melloni, parla in maniera credibile di riforma della Chiesa colui che con ciò intende che la Chiesa diventi sempre più vicina al Gesù e al Vangelo da cui ha origine. A questo si è sempre rifatta la gran parte del dissenso ecclesiale “riformista”. A fronte di un Vaticano e di una gerarchia spesso resistenti, ancorati a logiche antiquate e medievali, a religiosità “oppio del popolo”, a dottrine e formalità non più latrici di misericordia e di annuncio rispetto ai segni dei tempi. Quella a favore di una chiesa evangelica, misericordiosa come il Padre, è l’unica critica sensata possibile. Come quella a favore di un’umanità in cui regni la giustizia, prendendo sempre le parti di chi subisce oppressioni e ingiustizie.
Certo che il Papa, la Chiesa istituzione, la gerarchia, chiunque ricopra ruoli di responsabilità devono essere oggetto di critica. Oggi come ieri. Sono uomini, e come tutti gli uomini possono capitare persone di buona qualità, ma anche persone di pessima qualità, che fanno strada con i criteri mondani, e non con quelli evangelici (“non si può servire due padroni”). Il senso critico costruttivo è proprio delle persone libere, coinvolte, appassionate, disposte a impegnarsi e a collaborare per migliorare insieme. Certo che il Papa può e deve essere criticato. Ma a che pro? Su che basi? In nome di nostalgie medievali? Per la sindrome della Chiesa-fortino assediata dal mondo cattivo? Perseguendo l’esclusione di categorie di persone da stigmatizzare come “irregolari” a confronto dei “regolari”? Nella farisaica ricerca di una nuova stagione di norme, regole e dottrine che garantirebbero una piena vita cristiana felice e armoniosa? O non piuttosto in nome dell’esperienza di Gesù di Nazareth e delle comunità di donne e uomini suoi discepoli? O non piuttosto in nome della costruzione del Regno dei Cieli come vita in pienezza e in giustizia dell’umanità?
E’ evidente come la distanza sia ampia. Due visioni, due approcci, due concezioni di cristianità e di comunità ecclesiale. Questa forbice c’è sempre stata, negli ultimi decenni. Quando ai piani alti si preferiva scoraggiare il confronto, il dibattito, la partecipazione, la crescita evangelica collettiva, tutto questo era meno visibile. Il dissenso ecclesiale costruttivo era meno visibile anche perché spesso ne erano protagonisti persone senza ruoli di potere, né ambizioni in tal senso, che non fremevano dalla necessità di stabilire un dentro e un fuori dalla Chiesa, su cui fare guerra per relegarvi gli avversari. Non erano e non sono gente che si pone come cattolici integri e perfetti, che ammoniscono i devianti. Ciò che invece sembra avvenire oggi dall’altra parte. Ma le due critiche non possono essere superficialmente poste sullo stesso piano: quella “riformista” ha radici nel Vangelo, e non vuole precludere a nessuno la parola, ma che la chiesa tutta proceda sinodale consentendo un pluralismo poliedrico, di cui fare sintesi; la critica “tradizionalista” non presenta radici precise e convincenti, e pretende l’esclusione di qualunque pensiero “altro” bollato come eterodosso e quindi minaccioso. Per questo si tenta di screditare Papa Francesco nei suoi iniziali e ancora leggeri tentativi di riforma. E per questo Francesco cerca fortemente di aprire processi di confronto sinodali, che tengano dentro tutti, prendendo il meglio da tutti i carismi, aumentandone l’efficacia effettiva. Per tornare ad un cammino di popolo, dove si possa avere fiducia in pastori selezionati per qualità nel servizio, non per corrente ideologica di potere. Oggi rifiutarsi di decidere come fare passi avanti, in nome di false continuità, non è più una opzione percorribile. Significa, ogni volta che succede, rifiutare di aprirsi a “spirito e verità”, essenziali per adorare il Padre, attraverso il servizio alla vita piena dell’umanità.

giovedì 12 ottobre 2017

San Francesco in viaggio verso l'altro (M.Cacciari)

di Massimo Cacciari


Quale forma assume il viaggio di Francesco? Rispetto ai molteplici aspetti che ha assunto nella storia della nostra civiltà – dalla navigazione socratico-platonica verso la conoscenza di sé e l'idea dell'eterno e immutabile, al progredire della potenza della Tecnica che sempre s'immagina capace di aprirsi la strada; dalla conversione e ritorno al Padre, all'inabissarsi al Regno delle immagini sciolte da ogni contenuto di cui il Faust di Goethe vuole fare esperienza; dal viaggio di avventura, che è puro azzardo, negazione di ogni idea di fine, a numerosi altri che si potrebbero ricordare – è quello del pellegrino che sembra più assomigliarli, e cioè il viaggio di colui che
per ager, oltrepassando ogni città, procede verso il luogo che lo chiama, inizio e meta del suo andare. Per lui il viaggio fa parte integrante della meta, il suo fine è l'esperienza che compie nell'andare. Ma fede nell'inizio e raggiungimento della meta gli sono donati. Per essere questo pellegrino Francesco ama troppo le città e i suoi
demoni. Non conosce mete privilegiate. La stessa Terra Santa è un luogo dove praedicare Verbum, come ovunque e a chiunque. Predicare?
Mostrare piuttosto – e mostrarlo in ogni villaggio che si incontra; ognuno è buono per l'evento, come a Greccio. Nostalgia come dolore dell'andare, nostalgia de loinh, dal sapore anche cavalleresco- provenzale, nostalgia irrefrenabile di andare ovunque esista la possibilità di ascolto, dove vivano creature capaci di cum- laudare, di lodare con lui, insieme, donne, uomini, uccelli e fiori.
Andare per il mondo, andarci nudi, senza resistere al male, donando e per-donando – ecco l'unico imperativo – e andarci a piedi, così da predicare e parlare anche alla Madre più antica...

mercoledì 4 ottobre 2017

Vivere Scampia: religiosità di periferia #2


UN CRISTIANESIMO RELIGIOSO E LE SFIDE DI UN MONDO NON-RELIGIOSO

Portando oltre la riflessione sul mondo religioso circostante nel quartiere Scampia, sulla base di plausibili elementi di analisi delineati,nell'anno di grazia 2017 per l’atmosfera “religiosa” che mi circonda ho avuto la percezione di trovarmi tuttora di fronte ad un “CRISTIANESIMO RELIGIOSO”. E’ una constatazione che s’impone all'osservazione, e non appartiene solo ad alcune fasce della popolazione - minoritariamente praticanti nel senso proprio del termine rispetto alla totalità della popolazione - ma all'ambiente mentale e culturale che si respira da parte anche di diversamente credenti e praticanti. Cioè ad una cattolicesimo che con la sua modalità “religiosa” nei decenni ha impregnato il sentire ed il vivere della popolazione lasciando tracce in credenze e pratiche, stili di vita, in forza del tipo di socializzazione religiosa (cultuale, sacramentale, caritativa) promossa dagli operatori pastorali. Una forma storicamente condizionata di espressione umana del Cristianesimo cattolico italiano e/o meridionale. Un Cristianesimo cattolico di una cittadina del Sud.   Ultimamente si deve segnalare un accostamento diffuso ai testi della Bibbia in gruppi, movimenti, comunità, che può lievitare forme scontate di religiosità e modelli culturali.

Non si vuol affermare che non siano avvenuti mutamenti prevalentemente intraecclesiali, ispirati alla riforma liturgica promossa dal Vaticano ll, per esempio con il decoro delle nuove chiese edificate e delle celebrazioni religiose ed una moderata partecipazione dei fedeli alla vita delle comunità cristiane. Non è stata promossa invece allo stesso modo la vocazione nativa dei laici all’agire nella società e nella città. Nel contempo è avvenuta come altrove una secolarizzazione diffusa di mentalità, costumi e pratiche in diversi ambiti della vita per influssi consumistici e mediatici. Non si è verificata una transizione ad un Cristianesimo spogliato di paramenti religiosi, di una mentalità religiosa del mondo, un vivere posto di fronte all’inedito del Mistero di Dio, ed alla fede credente nel  Cristo Signore della vita. Si potrebbe dire che non è pienamente avvenuto il “disincanto” weberiano del mondo, postulato dalla stessa rivelazione antica e nuovo testamentaria. E’ un mondo autoreferenziale, che rischia di essere un ambito separato dagli altri, in sé concluso, che non include l’ambiente circostante, una “cupola religiosa” sul mondo che forse aiuta a vivere.

A questa proposito, per uscire da ristrettezze culturali localistiche, di fronte alle sfide di un mondo “non religioso”, è illuminante una riflessione tuttora attuale del noto  teologo luterano del novecento Dietrich  Bonhoeffer, che in una lettera da Tegel in data  30 aprile 1944 (Resistenza e resa, Paoline, Milano 1988, pp. 348-350), si interroga su un linguaggio nuovo in un mondo “non più religioso”, di fronte anche oggi non solo ai drammi delle guerre ma all'enfasi mediatica di persone ed avvenimenti “religiosi” nella babele di eventi e linguaggi nella società dell’immagine.

<<Ciò che mi preoccupa continuamente è la questione di che cosa sia veramente per noi, oggi, il cristianesimo, o anche chi sia Cristo. È passato il tempo in cui questo lo si poteva dire agli uomini tramite le parole – siano esse parole teologiche oppure pie –; cosí come è passato il tempo della interiorità e della coscienza, cioè appunto il tempo della religione in generale. Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli uomini, cosí come ormai sono, semplicemente non possono piú essere religiosi. Anche coloro che si definiscono sinceramente “religiosi”, non lo mettono in pratica in nessun modo; presumibilmente, con “religioso” essi intendono qualcosa di completamente diverso.
Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? Se la religione è solo una veste del cristianesimo – e questa veste ha assunto essa pure aspetti molto diversi in tempi diversi – che cos’è allora un cristianesimo non-religioso?>>.


Per tornare a noi, come dire o meglio ri-dire Dio, Cristo “non più oggetto della religione ma qualcosa di totalmente diverso, veramente il Signore del mondo”, chiesa, ed anche uomo/donna, in un mondo-religioso di fronte ad un mondo non-religioso che scorre accanto? Si tratta di non aver paura di fronte alla sfida dell’inedito, del Mistero che trascende i sistemi religiosi di credenze e pratiche, da custodire non solo nell’interiorità perché è fonte di vita vera come nel mistero trinitario.

martedì 3 ottobre 2017

Vivere Scampia: religiosità di periferia #1


UN APPROCCIO SIMBOLICO-CULTURALE

In questi ultimi anni di permanenza nel quartiere Scampia nell’area Nord di Napoli, in riferimento anche ad una limitata attività pastorale con fedeli prevalentemente anziani nella Rettoria “S.Maria della Speranza”, ho sperimentato alcune percezioni e riflessioni in merito alla religiosità diffusa nel territorio da verificare e tematizzare, alquanto dissonante dalla mia, per esperienze di vita anche religiosa maturate. Ho trovato una risposta in una prospettiva simbolico-culturale nel <<ground bass>> o motivo di fondo della religiosità nel Mezzogiorno (<<il  basso continuo religioso>>) in una società tradizionale. Sembra ancora valida per il nostro contesto, con attenzione all’ethos morale e religioso del Sud in una società in trasformazione, l’analisi di F. D’Agostino (1984): <<La religiosità popolare, sia nella sua forma biocosmologica, sia nella forma familiare, come complesso di pratiche religiose e comportamenti e credenze, resta il ground bass, il motivo di fondo della fenomenologia religiosa delle nostre zone, nonché l’aspetto più drammaturgico di essa specialmente tra le donne, nei processi di socializzazione primaria e in famiglia e in chiesa per le persone a basso livello di scolarizzazione e le classi di età che superano i 50 anni>>.

Dal mio osservatorio, come sonorità attuale di questo motivo di fondo della religiosità che si colloca sullo sfondo (<<religiosità dello scenario>> che non informa il copione) e connota identificazioni religiose, si coglie la religiosità che si può definire <<Istituzionale>> in riferimento alla presenza ed azione delle parrocchie in nuove chiese edificate nel tessuto abitativo e sociale del quartiere; ed a mio avviso alla centralità della figura del “sacerdote” che presiede alla vita della comunità cristiana con diversi stili personali che hanno richiamato l’attenzione sulla loro azione su questa frontiera. Da questo punto di vista di fatto si tratta di un’architettura istituzionale - non diversamente da altre chiese del nostro paese - a carattere <<maschile>> nei ruoli di autorità (sacerdozio maschile) accettata anche dai praticanti con diverse forme di partecipazione alla vita della propria comunità cristiana, che talora dà luogo ad un <<clericalismo>> o complicità clericale diffusa anche in basso. Si deve rilevare che a suo tempo la visita memorabile nel novembre ‘90 di Giovanni Paolo II fu preparata da un apposito Consiglio pastorale di clero e fedeli, successivamente in tempi diversi nelle parrocchie sono stati costituiti i Consigli pastorali per la partecipazione anche dei fedeli alla governance delle loro comunità (non tutti elettivi dall’intera Comunità cristiana) ed il Consiglio pastorale decanale, che presentano diversa vitalità nello spazio e nel tempo.

Non posso dimenticare una decina di anni orsono quando nel corso dell’omelia domenicale fui contestato da una convinta devota presente che ribadiva a mie affermazioni che <<la grazia veniva attraverso i sacerdoti>>. Riflettendo su queste esperienze di celebrazioni domenicali e feriali - in una sorta di archeologia religiosa - mi ero fatto l’idea che nella socializzazione religiosa tradizionale erano stati inculcati efficacemente alcuni precetti: messa domenicale, confessione dei peccati, accesso ai sacramenti, devozione mariana,  eccetera  e naturalmente tutto questo avveniva tramite il sacerdote. Un generoso mio confratello piemontese defunto che in semplicità aveva voluto passare gli ultimi anni di vita a Scampia, era rimasto impressionato dalle statue religiose che notava intorno nei condomini e non solo dei diversi lotti, per non parlare del “Padre Pio abusivo” edificato da una famiglia all'angolo di un marciapiedi, e del cosiddetto ”Cristo degli spacciatori”: una statua edificata da un giorno all'altro per iniziativa di una famiglia davanti alle “case dei puffi” del lotto P, noto per il traffico di stupefacenti, da cui è stato liberato qualche anno fa con un efficace intervento delle forze  di polizia. Episodi che manifestano un immaginario religioso tradizionale che persiste a protezione dei caseggiati, delle famiglie, dei singoli nei percorsi accidentati di vita.

Bisogna riconoscere che, fino ad un recente ricambio, i parroci hanno guidato le loro comunità anche per più di un decennio con poche gratificazioni e ricompense, e nel recente volume di Ilaria Urbani, La buona novella. Storie di preti di frontiera (Guida, Napoli 2013) l’Autrice su 13 ne annovera 5 a Scampia e dintorni. Si può, a nostro avviso, parlare di una religione istituzionale - o “territoriale” - di maggioranza nelle sue varie sfumature, che comprende anche nei poco praticanti un immaginario religioso tradizionale. Elementi di differenziazione religiosa sono rappresentati dalla presenza di alcune comunità di religiose/religiosi con le loro testimonianze di vita ed attività educative, formative, e sociali secondo i rispettivi carismi. Si segnala altresì un’attiva élite di professionisti, afferenti a comunità di base, eredi della stagione conciliare.

    Sulla base di una plausibile analisi della religiosità di un’area urbana meridionale, ci si può interrogare se complessivamente siamo o meno in presenza di una “chiesa in uscita” in modo non plateale rispetto ai bisogni, attese e speranze della popolazione del territorio.

(continua nel II capitolo)

lunedì 2 ottobre 2017

Vivere Scampia: arruffapopoli e percorsi di civiltà


Tormentata è la vicenda della Comunità Rom di Cupa Perillo a Scampia: ha subito un incendio doloso di alcune baracche del campo e di alcuni camion della vicina isola ecologica; si è vista devastare il suolo che l’amministrazione comunale avrebbe dovuto bonificare; ha riscontrato l’eccitazione degli animi di strati di popolazione nei quartieri Miano e Scampia, con forme anche di isteria collettiva, come è stato opportunamente rilevato su questo giornale da Maurizio Braucci; ha subito i trasferimenti provvisori di famiglie Rom  nell’Auditorium Vlll Municipalità e nella Caserma Boscariello (circa 300 Rom in attesa di sistemazioni più adeguate).

Ma c’è stata anche la mobilitazione tempestiva di Rom, cittadini e associzioni nel Comitato Abitare Cupa Perillo. Dal mio buen retiro di Scampia, al di là delle cronache non sempre neutrali, si avverte l’esigenza di ulteriori riflessioni che facciano luce su dinamiche sociali, attori, responsabilità e permettano qualche valutazione non moralistica. Altrimenti tutto quello che appare, si manifesta e viene rendicontato dai media con parole ed immagini, nella percezione di menti non attrezzate culturalmente o strumentalizzate rischia di essere giustificato/assunto come modello di comportamenti sociali e di gestione dei conflitti.

Le strategie di alcuni personaggi, anche nelle istituzioni locali, associazioni o comitati, ostili anche dopo decenni alla presenza di Rom sul proprio territorio, chiaramente manifestano dinamiche di esclusione, discriminazione, discorsi di odio, attacchi violenti - come documenta per l’intero Paese il “Rapporto annuale 2016” dell’Associazione 21 luglio. In questi atteggiamenti non è sempre facile individuare fino a che punto si configurano incitamenti alla discriminazione, all’esclusione, condotte violente passibili di sanzionamento, come senza dubbio l’incendio doloso del campo nomadi di Cupa Perillo, e numerosi casi di intimidazione verso i Rom e verso le associazioni che difendono i loro diritti (Gridas, Centro Hurtado, Cantiere 167, ecc.).

Nello scorso weekend alcuni cortei da Miano sono giunti fino all’entrata della Municipalità di Scampia, dove nell’Auditorium sono provvisoriamente sistemate alcune famiglie Rom sgomberate. Sul discorso illegalità in senso sostanziale anche da parte di istituzioni amministrative andrebbero annoverate per esempio strategie, provvedimenti, condotte che non assumono e rispettano le indicazioni della “Strategia nazionale d’inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti 2012-2020”, una Carta che riconosce i diritti delle popolazioni Rom ed i modi di implementarli.

Preoccupa che questa Strategia non faccia sempre parte della cultura politica di rappresentanti delle istituzioni in Napoli e Campania, rischiando di assecondare disegni di soggetti che per proprio tornaconto cavalcano strumentalmente pregiudizi, paure e guerre tra poveri. Da questi impresari della paura vengono avvelenate intenzionalmente le menti dei concittadini, incitati all’esclusione di minoranze protette da trattati internazionali, normative europee e nazionali. Anche discorsi, condotte, strategie discriminanti andrebbero valutate e sanzionate secondo codici legali, se non dei diritti umani riconosciuti, e dalle mobilitazioni  attente e pacifiche della società civile, civile appunto.

Gli abitanti del quartiere Miano hanno protestato per l’uso della Caserma Boscariello come sistemazione provvisoria di 300 Rom, rivendicando la destinazione precedente a centro di aggregazione e servizi, naturalmente promesso e finora mai realizzato. Questa dinamica porta ulteriormente in questione il modello di Comunità diffuso, secondo un uso esclusivo del suolo, di risorse e servizi, in una convivenza che invece dovrebbe essere più ampia: almeno cittadina, nazionale, e se si vuole cosmopolita, per rigenerarsi non solo geneticamente, e non rimanere prigionieri nelle proprie mura.

In questa vicenda non solo locale è in questione una politica urlata, che cavalca timori e paura per lucrare consenso, forte della scomparsa dei partiti nella mediazione dei bisogni dei cittadini. Trovano spazio rappresentanti delle istituzioni, singoli consiglieri, capipopolo e boss locali che hanno udienza presso determinati strati sociali, ma più in profondità è da riflettere sulla debole influenza delle agenzie educative (famiglie, scuola, chiesa) nel modellare le condotte sociali delle popolazioni secondo il riconoscimento dei diritti. Del welfare di stampo occidentale e insieme delle forme di solidarietà della tradizione cristiana.


Alberto Asor Rosa in Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali (Laterza, 2009) richiama il verso dantesco nell’uscire dall’inferno arrampicandosi faticosamente per “la natural burella”: “a ognuno puzza questo barbaro dominio”. Sì, puzza proprio, e puzzano i “fitusi” che lo sostengono. Non vogliamo la resa allo “spirito dei tempi”, cedendo a paure e timori inoculati artatamente per interessi particolaristici; vogliamo dare voce alle mobilitazioni dal basso come nel caso dei Rom di Scampia con il Comitato Abitare Cupa Perillo. Per rispondere al bisogno dell’abitare per tutte e tutti i Rom e cittadini italiani.

domenica 17 settembre 2017

Miano contro Scampia. Il ruolo dei media nella crisi Rom



In queste settimane di acuta emergenza (umanitaria) Rom, i media sembrano dare eccessivo rilievo non tanto al distruttivo incendio del campo Rom di fine agosto a Scampia, quanto a movimenti di piazza (anche attizzati) ostili all'insediamento temporaneo di 300 Rom in una tendopoli nella Caserma Boscariello, a Miano. Non offrono insomma una buona immagine.


Si sta parlando di nuclei Rom destinatari del sequestro di aree abitate abusivamente, da parte della Procura della Repubblica di Napoli, ma anche oggetto di sgomberi parziali di queste stesse aree.


Ci siamo resi conto in questi giorni che comuni cittadini di Scampia rimangono perplessi di fronte alle forme di isteria collettiva messe in atto da cittadini, associazioni e istituzioni del quartiere Miano, al di là del muro della caserma Boscariello. Forme già acutamente analizzate in prospettiva culturale dallo scrittore Braucci su questo giornale. Molte persone che incontriamo appaiono incerte nel valutare le manifestazioni di piazza che si oppongono al trasferimento temporaneo di alcune centinaia di Rom, incerte di fronte agli interventi umanitari di sistemazione temporanea dei Rom sgomberati dal Comune e trasferiti in altre strutture di Scampia. Nel mentre si registrano però manifestazioni di solidarietà da parte di singoli, associazioni e parrocchie per le famiglie sistemate nell'Auditorium della Municipalità. 

La costituzione di un Comitato “Abitare Cupa Perillo”, che aggrega con la comunità Rom cittadini, religiosi, associazioni e comitati civici da tutta la città, lavora intanto per interagire ed accompagnare pacificamente e attivamente questo delicato processo di risistemazione della popolazione Rom, insieme al Comune.


Al di là che il compito dei media (registrare ed informare ad ampio raggio su fatti e azioni dei cittadini nei territori) non sempre è “avalutativo” per dirla con Max Weber, per quanto riguarda l’analisi sociologica non si possono ignorare certi messaggi percepiti dai cittadini, i quali non sempre hanno gli strumenti per un giudizio adeguato su fatti e misfatti narrati. 

Nel nostro caso dalle grida e manifestazioni di protesta di alcuni gruppi, anche manovrati con qualche argomentazione, e forse dai titoli strillati sui media, il messaggio che passa è: “Non vogliamo i Rom a Miano nella caserma Boscariello”. Se pure non razzista, è un messaggio escludente verso una popolazione, ben lontano dalla famosa “Strategia nazionale di inclusione di Rom, Sinti e Camminanti 2012-2020”. In parole povere, se alte fiamme per un oscuro intervento doloso bruciano baracche, alberi e rifiuti, si può insinuare nella mente che abbiano quasi una portata punitiva, un lavoro sporco di pulizia per “cacciare” i Rom dal campo. Se le donne di Miano sono scese in strada e ad alta voce si oppongono alla sistemazione temporanea di qualche centinaio di Rom nella Caserma Boscariello destinata a suo tempo ad ospitare la Città dello Sport, si è indotti a pensare che forse hanno ragione, e che i Rom sono brutti sporchi e cattivi se non tutti delinquenti secondo la vulgata diffusa.


Allora, a nostro avviso, il muro della caserma Boscariello separa due quartieri interessati alla presenza e sistemazione dei Rom, e in una certa misura separa mentalità ed atteggiamenti delle rispettive popolazioni nei confronti di una minoranza etnica protetta. Al di là della “distanza civile” che in gran parte ha caratterizzato le relazioni decennali dei cittadini di Scampia con gli abitanti del campo (senza trascurare la manifesta ostilità ai Rom da parte di consiglieri della Municipalità con denunce sistematiche di presunti reati per indurre lo sgombero), bisogna segnalare nel quartiere l’azione tonificante nel tempo di associazioni, centri, comitati, religiosi, con interventi educativi, sociali e culturali che hanno favorito forme di integrazione, se non completa inclusione sociale di alcuni nuclei.

Si deve superare una mentalità localistica, perché anche Scampia e Miano sono un microcosmo non estraneo alle grandi dinamiche nazionali ed europee, di apertura o di chiusura, di accoglienza o di rifiuto, di inclusione od esclusione, nei confronti dello straniero che vive con noi.

Cosa passa nella testa della gente, non solo a Miano, se i messaggi mediatici ed i gesti civici restano incentrati su messaggi quali “sgombero”, “esclusione”, "allontanamento" di famiglie dal giardino dietro casa? Cosa può attecchire senza il riconoscimento di una comune umanità tra "indigeni" e Rom, nati in gran parte nello stesso luogo?

venerdì 8 settembre 2017

Oltre le ceneri, a Scampia un passaggio epocale


La comunità rom è molto colpita dal susseguirsi degli eventi. All'incendio del 27 agosto in cui sono andate distrutte 5 baracche e diversi mezzi dell'ASIA ha fatto seguito il trasferimento prima di 27 persone, e da quattro giorni di altre 30 persone tra donne, uomini e bambini. Questo nuovo trasferimento trova ragione nel fatto che le relazioni congiunte dell'Arpac e dell'Asl confermano il dato relativo ad un inquinamento dell'aria e del suolo incompatibile con la vivibilità delle persone. 

I comitati e le organizzazioni che promuovono la tutela eco-ambientale del territorio sottolineano come questo rapporto confermi notizie già tristemente risapute. Senza alcuna polemica, ma con spirito di restituire un quadro della realtà più prossimo a raccontarne la sua evoluzione storica, sono forse maturi i tempi perché anche aree devastate da un abbandono non incolpevole trovino un loro epilogo attraverso seri processi di bonifica e riqualifica in termini di beni, servizi, abitazioni dell'intera area, definita secondo quanto indicato nel piano regolatore con il nome di AMBITO 7.

I campi di Cupa Perillo sono stati successivamente interessati da azioni intimidatorie ad opera di giovani napoletani. Le motivazioni restano ancora poco note, ma certo è l'aumento del clima di incertezza e precarietà in cui vive la comunità rom da circa due mesi. In questa difficile situazione che ancora una volta vede colpite le fasce più marginali della nostra città, siamo però in grado di raccontare come associazione da sempre impegnata nei processi di emancipazione dal basso, ma soprattutto come COMITATO ABITARE CUPA PERILLO, lo straordinario processo che sta vivendo la comunità rom. Come qualcuno di loro ha detto: "dormivamo, ma ora siamo finalmente svegli". Così l'intero quartiere di Scampia.

Di fronte alla notifica dello sgombero previsto per il prossimo 11 settembre, alle accuse sui roghi, agli incendi e alle minacce, la comunità rom non si mette in fuga come quasi sempre avviene qua e là in giro per l'Italia, ma reagisce con consapevolezza, nell'intenzione di salvaguardare la propria esistenza, contribuendo nel contempo al miglioramento del quartiere in cui hanno scelto di vivere da oltre 30 anni, l'unico a cui sentono davvero di appartenere. Da oltre due mesi infatti, con un'azione rischiosa per la propria incolumità e che qualcuno ricollegava allo scoppio degli incendi del 27 agosto, un'azione collettiva ha visto impegnanti molti rom nell'impedire gli sversamenti dei rifiuti e nel documentare quelli che riuscivano nonostante i presidi a sversare ogni sorta di materiale. 

Ancora, oltre 35 persone qualche giorno fa hanno dato mandato agli avvocati Pierro B., Consentino E., Del Piano A. e Guardascione F. per la presentazione alla Procura della Repubblica di Napoli di un esposto contro ignoti, in qualità di vittime dei fatti concernenti gli sversamenti abusivi di rifiuti, gli incendi che hanno colpito i campi rom e le intimidazioni subite a più riprese, fino all'ultimo evento di stanotte che ha visto l'incendio di una baracca disabitata che per fortuna non ha avuto esiti devastanti, grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco chiamati da diversi abitanti della comunità rom. Qualche tempo fa una simile reazione non era nemmeno ipotizzabile, si assiste ad passaggio epocale, i rom prendono in mano la propria vita e si rendono artefici del proprio cambiamento.

Se tutto questo è possibile, dopo tanti anni di attività di advocacy, è certamente per il ruolo decisivo giocato dal quartiere Scampia, che il Comitato A.C.P. in qualche modo incarna per la molteplicità di soggetti che lo compongono. Un'azione che supera la solidarietà, la pronta assistenza comunque necessaria, e riesce a dare risposte concrete alle molteplici situazioni di disagio che il quartiere attraversa in questo momento, in termini di coesione sociale, di rivendicazione di un diritto all'abitare DIGNITOSO E PER TUTTI, di un miglioramento complessivo dell'area Cupa Perillo, a vantaggio di una collettività territoriale, cittadina. 

Purtroppo questo processo, forse unico nella sua storia, non trova un'eco mediatica corrispondente alla sua straordinarietà e utile a contrastare il vento politico razzista e anti-sociale che invece trova ampio spazio su giornali e tv. Sopratutto da quando l'amministrazione comunale, in contro-tendenza rispetto al passato, si fa carico dell'intera comunità rom di Scampia, cercando soluzioni temporanee utili a garantire il diritto di una comunità residente da oltre 25 anni a rimanere sul suo territorio di elezione.

Questa fase transitoria, che coinvolgerà un numero non ancora precisato di abitanti rom di Cupa Perillo, prevede il loro trasferimento per un tempo contingentato (da un mese a tre mesi) presso la caserma Boscariello tra Miano e Scampia, attualmente in disuso. La risposta politica della VII Municipalità è molto pericolosa, riprovevole e inadeguata a dare risposte concrete alle istanze di riqualifica e miglioramento dei territori che istituzionalmente rappresentano. Gli stessi proclami che utilizzano come paravento per nascondere l'incapacità di progettare piani di sviluppo locale, processi sinergici di concertazione e confronto dal basso tra gli attori dei territori. Purtroppo lo scenario pietoso di questi giorni vede l'affissione di volantini per una mobilitazione razzista e populista, l'esposizione di alcune donne strumentalizzate a difesa del proprio decoro e diritto ad uno sviluppo "identitario italico" dinanzi alla caserma Boscariello, l'indizione di un consiglio municipale nell'VIII municipalità (cui non ha preso parte l'opposizione) in nome del rifiuto e respingimento delle comunità rom, perché, in sintesi, non vengono considerati cittadini di questo territorio ma accusati del degrado di alcune zone cittadine.

In questo scenario complicato e confuso sentiamo necessario riportare l'attenzione sulla possibilità/capacità che il Comitato Abitare Cupa Perillo acquisti sempre più una legittimazione politica, riesca a consolidare il lavoro interno di creazione di una leadership autorevole e capace, credendo fortemente nella necessità che l'assemblea resti il luogo privilegiato per la formulazione di soluzioni differenziate abitative dignitose e di sviluppo territoriale.

Comitato Abitare Cupa Perillo
Associazione chi rom e...chi no

Caccia al rom piromane


I rumorosi raid di motorini durante l’assemblea del Comitato Abitare Cupa Perillo, le grida “vi incendieremo tutti” nelle prime ore della notte, costituiscono pericolosi atti di intimidazione nei confronti delle famiglie Rom da parte di chi è intenzionato a cacciarli dal campo, a fare piazza pulita prima dello sgombero intimato dalla Procura della Repubblica di Napoli. 

Si tratta chiaramente di una strategia violenta, da perseguire anche penalmente, messa in atto per creare paura, indurre terrore, “atti terroristici” che lasciano supporre la logica "il fine giustifica i mezzi". A nostro avviso finiscono per portare argomenti al carattere doloso del violento incendio che ha devastato domenica scorsa una parte del campo, distruggendo alberi, baracche e automezzi privati e pubblici. Una autentica “desolazione” nel senso biblico del termine, come abbiamo denunciato nel corso di una Messa a poche centinaia di metri dal campo Rom. Vedere per credere.

Sembra quasi che, esaurita la strategia giudiziaria con le denunce ai Rom da parte di alcuni consiglieri di Municipalità, gruppi e movimenti di cittadini storicamente ostili, si sia dato corso da altri gruppi alle manovre intimidatorie di carattere camorristico, che di fatto concorrono allo stesso scopo. Una strategia violenta che non aiuta una buona immagine del quartiere Scampia che in questi anni abbiamo cercato di diffondere, ignorando il fuoco che covava sotto la cenere. Dobbiamo prenderne coscienza per avvalorare una pacifica convivenza e la civiltà del diritto (o meglio dei diritti) anche per le popolazioni Rom, volutamente ignorate per piccoli interessi elettoralistici.

Ambigua anche la strategia dei media, che con faciloneria o strumentalmente hanno definito “fake news” ogni interpretazione che non attribuisse a qualche improvvido Rom del campo la responsabilità dell’incendio. Incendio che, se fosse sfuggito, si è propagato proprio a danno degli stessi Rom, che sono sollecitamente fuggiti con i loro figli. Riteniamo che non solo qualche foto, ma una verifica diretta sul campo del percorso delle fiamme aiuti a farsi un'idea dell’origine e degli effetti devastanti delle fiamme. 

Non vorremmo che per pregiudizi inveterati e facilonerie che non fanno onore all'informazione (come il cortocircuito "i Rom incendiano le immondizie, quindi hanno incendiato immondizie che hanno provocato l'incendio") si desse anche sulle pagine dei giornali la “caccia” al Rom piromane da additare alla pubblica opinione. Come ha osservato Ezio Mauro, e prima di lui Bauman sociologo della “società liquida”, per un capovolgimento delle responsabilità si finisce spesso per attribuire allo stesso povero la causa della sua povertà, e allo stesso Rom per i suoi trascorsi la responsabilità dell’incendio.

Vorremmo che le indagini in corso non imboccassero una sola e scontata pista, ma come si dice nei gialli si svolgano a 360 gradi, lasciando alla ricerca culturale più ampie analisi che riguardano temi di attualità come la convivenza di popolazioni, etnie e culture, per non regredire nella barbarie e nella eliminazione violenta del diverso da parte di pochi “imprenditori della paura”, presenti anche a Scampia, i quali non meriterebbero voce in capitolo.

venerdì 1 settembre 2017

I gattini ciechi di Ischia


Abbiamo appreso senza eccessiva meraviglia dalle cronache ischitane del dopo terremoto la convergenza di opinioni da parte di Sindaci coinvolti e del Vescovo locale, che non pongono in nessun rapporto il diffuso abusivismo edilizio con i crolli avvenuti, di ampiezza maggiore della magnitudo 4.0 accertata. Con queste affermazioni le autorità locali intendevano contrastare semplicistiche e strumentali interpretazioni delle ragioni dei crolli, sulla pelle degli abitanti dell’isola. Lo stesso monsignor Lagnese ha affermato: "L'abusivismo edilizio è presente sulla nostra isola e va combattuto con determinazione soprattutto quando mina l'incolumità dei cittadini. Ma va anche affrontato da parte di tutti con senso di concretezza e di piena responsabilità, e senza lasciarsi ingabbiare dai lacci della burocrazia".

Certo sindaci e vescovo di concerto si sentivano in dovere di difendere l’immagine e l’onore dell’isola, di fronte alle accuse contro il conosciuto e riconosciuto abusivismo edilizio come causa dei danni ingenti prodotti dal terremoto. Una sorta di “complicità” tra autorità civili e religiose in sintonia con la “pancia” dei cittadini e dei fedeli. Raffaele Cantone nel suo intervento del 23 agosto su La Repubblica ha chiaramente messo in evidenza le diffuse e molteplici responsabilità del fenomeno nel nostro paese, una camorra vorace negli affari edilizi, un pezzo di imprenditoria collusa, una politica locale che ha guardato al territorio con una logica di sfruttamento miope ed affaristico, una politica nazionale che ha sfornato leggi criminali e criminogene come i condoni, “una cittadinanza in parte distratta, in parte egoisticamente convinta che a casa propria si può fare di tutto”.

Al di là dell’accertamento di responsabilità penali e civili che spetta alla Magistratura, non si può non notare con una certa preoccupazione che simili negazioni del ruolo dell’abusivismo volenti o nolenti tendono a sminuire la gravità degli abusi stessi, uno scheletro nell'armadio che è meglio non aprire. L’auctoritas (civile o religiosa che sia) per definizione deve tendere alla crescita civile del vivere in comunità secondo leggi, norme e regole giuste, e cioè modellare mores e comportamenti anche in questo campo. Tra questi c'è la protezione della vita, nell'osservanza scrupolosa delle regole edilizie, perché le abitazioni non crollino rovinosamente al primo movimento tellurico. 

Non può mancare un pensierino sul ruolo educativo della Chiesa, o meglio delle comunità cristiane sul territorio, in merito alla salvaguardia del creato - cioè della terra e degli uomini che la abitano - perché non si perpetui una dannosa scissione tra culto e vita nella società, né per distrazione né ancor meno per convenienze particolaristiche. Non vorremmo che le discussioni post terremoto, tra la polvere dei crolli, producessero - secondo il proverbio - gattini ciechi in alto e in basso.

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